I debiti di Saddam e l·invasione del Kuwait

The Iraqi people shouldn't pay Saddam's bills

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Fino all’inizio degli anni ’80 l’Iraq aveva enormi riserve di contante proveniente dalla vendita del petrolio. Durante la guerra con l’Iran (1980-88), però, Saddam spese 111 miliardi di dollari, circa una volta e mezzo il ricavato dalla vendita del petrolio, in spese militari [1]. La differenza tra il reddito e la spesa venne da prestiti, compresi 30 miliardi da parte degli Stati del Golfo e 17 miliardi da parte del Kuwait. Nel solo 1990 il budget militare di Saddam fu di 12,9 miliardi di dollari, corrispondente a circa 700 dollari a persona in un paese in cui il reddito annuo medio era 1950 dollari (che oggi è sceso a 150). Verso la metà del 1990 l’Iraq aveva riserve finanziarie sufficienti solo per pagare importazioni per altri 3 mesi, e un tasso di inflazione del 40% [2]. Non era possibile che Saddam potesse pagare gli interessi del debito e allo stesso tempo mantenere un tale livello di spesa militare. Il problema fu ulteriormente complicato dal basso prezzo del petrolio (che rappresentava circa il 90% delle entrate irachene). La discesa del prezzo di mercato del petrolio distrusse l’autodisciplina dell’OPEC nel momento in cui i paesi membri cominciarono ad aumentare la quantità di petrolio estratto per riuscire a mantenere lo stesso livello di reddito.

Il 17 luglio Saddam accusò il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti di complicità con gli USA nel violare gli accordi sulle quote di produzione di petrolio e mantenerne basso il prezzo. Ma quando nel luglio 1990 la situazione passò da guerra di parole al dispiegamento di forze militari massicce nel nord del Kuwait, i leader arabi cercarono di risolvere la crisi attraverso la diplomazia. Il presidente egiziano Husni Mubarak e il re saudita Fahd organizzarono un incontro tra rappresentanti del Kuwait e dell’Iraq a Jiddah, in Arabia Saudita, il 31 luglio. Ma il rappresentante iracheno, Izzat Ibrahim Ad-Duri abbandonò la riunione, lamentando la riluttanza del Kuwait a cancellare il debito ad esso dovuto da Saddam [3]. Secondo re Hussein di Giordania (ora defunto), in un meeting a porte chiuse che aveva preceduto la conferenza di Jiddah, le famiglie Al-Saud (per l’Arabia Saudita) e al-Sabah (per il Kuwait) avevano accettato i termini di Saddam circa la cancellazione del debito dell’Iraq, ed entrambe avevano accettato di contribuire con 10 miliardi di dollari al saldo del debito di guerra. Ma il 30 luglio lo sceicco Sabeh Ahmed al-Jaber al-Sabah, fratello dell’emiro del Kuwait e ministro degli esteri del suo governo, si rivolse a diplomatici giordani ridicolizzando le forze irachene, e quando i giordani lo rimproverarono, rispose “Se non gli sta bene, che ci invadano pure . . . noi faremo venire gli americani”. Questo tre giorni prima dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam. Il giorno dopo a Jiddah, Sabeh Ahmed al-Jaber al-Sabah annunciò a Izzat Ibrahim la sua intenzione di offrire a Saddam solo 500.000 dollari [4]. Mentre la guerra del Golfo diventava sempre più probabile, Roger Fisher, docente di leggi ad Harvard e fondatore dello Harvard Program on Negotiation, suggerì nuovamente la cancellazione del debito di Saddam come metodo pacifico per convincerlo a ritirarsi dal Kuwait [5]. Ciò che invece è seguito è stata la guerra del Golfo, 13 anni di sanzioni economiche, e infine l’attuale invasione.

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[1] Moscow Times, "Iraq debt debate already under way", David Chance, 19/03/03
[2] "Conduct of the Persian Gulf War", Report to US Congress, 1992
[3] ibid.
[4] Indymedia March 2003
[5] Raymond Cohen "International Negotiation: Time to Recognize Diversity"